GENESI DEL PROGETTO

Filosofia Un progetto attento ai fenomeni, in cui assume importanza la dimensione sensoriale e percettiva, con il presupposto di arrivare alla conoscenza delle cose mediante l'esperienza fisica, tattile e visiva (i percorsi, il piano, lo scendere, il salire, alto, basso, stretto, ampio, il materiale organico o artificiale, il colore, la luce, il paesaggio e la storia del luogo).
Ciò che dico è frammentario. Ma non può essere che così, perché il pensiero moderno, del nostro tempo, è per forza frammentario. I progetti stessi sono sempre frammenti, frammenti di avvenire, di futuro. La città non è più unitaria, è frammentata, sconnessa e spesso anche "brutta", e ci porta a scoprire valenze culturali anche del brutto.
Una visione organica e fenomenologica del progetto di architettura, in questo periodo di inquietudine e di manierismi, la credo non soltanto giusta ma necessaria culturalmente.
Per meglio chiarire il mio pensiero proviamo a chiederci come nasce un progetto di architettura: da dove comincia?
Fra le varie intenzioni, perché una forte intenzionalità è presupposto necessario, c'è un desiderio narrativo. L'opera di architettura racconta il luogo dove nasce, la sua storia, la sua natura fisica, fino a suggerire un nuovo ambiente, un modo di vita migliore, pensiamo ad alcuni esempi come la scalinata di Trinità dei Monti a Piazza di Spagna a Roma, il Municipio di Säynätsalo di Alvar Aalto, le sistemazioni a Matosinhos a Porto sulla riva dell'Oceano, l'Opera di Sydney di Bjorn Utzon, il Museo di Arte Gallega a Santiago de Compostela di Alvaro Siza e di L. Carlo Daneri l'ondulato complesso residenziale di forte Quezzi sulla collina di Genova, tutte opere organicamente e magistralmente legate al paesaggio, al luogo.
Altra intenzionalità necessaria per dare respiro alla volontà di forma (Kunstwollen) è la ricerca di esprimere l'uso a cui l'edificio è destinato, una scuola, una casa, una chiesa, una biblioteca, ecc. Esprimere l'uso, ma in che modo?
E anche per questo ci vuole un salto immaginativo per superare le tipologie tradizionali e le asfissianti norme burocratiche.
Louis Kahn si chiedeva, come farebbe un bambino: cos'è una scuola? Un uomo, il maestro, che parla a un gruppo di allievi all'ombra di un albero. Come dare dunque un involucro architettonico a questi atti?
Cos'è una biblioteca? Un luogo dove si può leggere alla luce di una finestra (la biblioteca Exeter). Oppure pensiamo agli alloggi nella casa in linea all'Interbau di Berlino, di Alvar Aalto, dove rimane l'idea di una casa a patio, idea che resiste e dà il carattere all'alloggio sia pure in una casa a più piani.
I progetti di Hans Scharoun per una scuola primaria a Darmstadt (1951) o per il liceo femminile di Lünen (1961) rimangono due esempi fondamentali nella storia tipologica per il salto immaginativo, per l'organicità e per lo studio non soltanto funzionalista della funzione, tanto hanno influito sul futuro di questi tipi. Tanto che le scuole Apollo progettate da Herman Hertzberger, nella stessa linea culturale e quelle progettate da un altro suo allievo, Günther Behnisch (Francoforte) sono tra le più riuscite di Europa.
Con "salto immaginativo" intendo quel momento di intuizione in cui le varie componenti-funzione, luogo, struttura, riferimenti culturali e storici, la memoria di ciò che si è conosciuto (la memoria gioca un ruolo importante in questo momento di sintesi)- tutte queste componenti: sentimenti artistici e capacità costruttive, si uniscono in una volontà di forma e nasce l'idea progettuale.
Questi maestri ci insegnano a scartare ogni ideologia forte come una via tracciata in tutto e per sempre e, invece, a immettere nel progetto, visto come singola e diversa occasione, condizioni specifiche di tempo, luogo, cultura, sensazioni. Con attenzione per lo spazio in cui ci si muove, attenzione per i materiali e i colori. L'aspetto narrativo dell'architettura è primario, essa coglie ed esprime l'essenza del nostro modo di abitare il mondo. Edificare diventa per Hugo Haring un rivestire un evento di vita, un evento dinamico preciso, come il movimento delle persone che abitano.
Questo atteggiamento culturale ha portato ad innovazioni tipologiche, dove forma, funzione ed espressività poetica superano le barriere del funzionalismo ingenuo e l'approccio fenomenologico umanizza l'opera.
La forma è il risultato di un processo configurativo, non è conosciuta in anticipo.
Più cose si sono viste, sperimentate e assorbite, più sono i punti di riferimento che sono d'aiuto nel decidere.
L'origine della forma non è nella propria mente, ma è nella cultura alla quale si appartiene. La capacità di trovare una soluzione radicalmente diversa nasce dalla ricchezza della propria esperienza e dal potenziale di espressione (una persona, in termini di linguaggio non può andare oltre quello che può esprimere con il suo vocabolario).
E' attraverso l'esperienza fisica che noi possiamo cogliere l'essenza delle cose e del mondo: la dimensione sensoriale, tattile e percettiva ci fa conoscere la realtà. L'architettura, se è attenta, recepisce questi fenomeni e fornisce l'occasione di cogliere il nostro modo di abitare il mondo.

Ci sono opere italiane o di maestri stranieri, come Alvar Aalto, degli anni che vanno dal 1950 al 1980 che affermano una totale diversità dallo "Stile Internazionale". L'attenzione di tipo psicologico agli spazi e ai movimenti dell'uomo e un organicismo controllato fanno di questi capolavori un'architettura che, come auspicava Van Eyck "soddisfa i bisogni umani di tipo emozionale" e, oltre a generare sicurezza per la perfezione delle soluzioni sotto l'aspetto della firmitas e dell'utilitas, è capace di "stimolare la crescita spirituale".
Nella nostra lettura torna fondamentale quel filone culturale nato con la rivoluzione moderna del pensiero romantico-esistenziale, che è andato esprimendosi già nell'opera pittorica e teorica di Caspar Friedrich, di Joseph Turner e con il lavoro filosofico e sistematico di Friedrich Schlegel.
Sono dei pensieri di parte, una parte minoritaria ma fortemente e autorevolmente rappresentata, una linea culturale che non nasce oggi ma già nel tardo Barocco, come corrente di pensiero anticlassico (G.B.Piranesi), che sembra a tratti sparire per poi riemergere più volte con nuova forza. L'esistenza di questo filone culturale, minoritario ma continuamente presente, mi ha fatto sostenere e scrivere di un Movimento Moderno Parallelo accanto a quello Razionalista dominante.
Anche se nessuno può pensare di esorcizzare l'inquietudine provocata dal frantumarsi delle certezze, delle grandi ideologie, della fiducia nella razionalità (Gennaro Sasso, Tramonto di un mito), recuperando valori ormai perduti o recuperando utopie della nostalgia, dobbiamo però continuare a difendere la necessità dell'espressione artistica e l'insostituibile ruolo dell'immaginazione come fonte di ogni innovazione artistica e scientifica.
Anche il progetto di architettura contemporaneo è sempre più cosciente della fine dei grandi riferimenti, delle grandi ideologie, delle grandi narrazioni e ci si chiede dove e cosa lo può legittimare oggi.
E’ un progetto che tende ad includere, e quindi non scarta le contaminazioni e le mescolanze. Vuole contenere tutto il possibile; è affascinato dal caos (l’insieme di tutti i possibili), dal disordine (vitale rappresentazione dei conflitti), dall’effimero, dal discontinuo, dal provvisorio, dall’instabile, dai frammenti di una passata unità.

E l'architettura è quindi entrata nel mondo della moltitudine dei mezzi comunicativi, partecipa al mondo dei nuovi segni, ma non può dimenticare la sua vera, originaria funzione verso l'uomo, che è quella di una continua promessa di un possibile mondo migliore, in cui vivere, muoversi, abitare con dignità e piacere.
Un esempio paradigmatico è la Philarmonia di Scharoun a Berlino, che rappresenta bene il riemergere, nel dopoguerra, di quel filone culturale denso e articolato che già nel primo Novecento si era presentato con forza da protagonista: Bruno Taut, Eric Mendelsohn, Hugo Häring e molti altri come i nostri futuristi primo fra tutti Umberto Boccioni, pittore, scultore e, più in generale, interprete tra i più sensibili e fortemente propositivi. Quest'opera è radicata nelle utopie anarchiche e mistiche degli anni 20-30 della "Catena di Vetro" in cui si rivendicava un'espressività come necessità primaria di fronte alla mercificazione globale.
Dagli anni Ottanta si fa molto forte il conflitto, tutto moderno, tra le tecniche (la scienza) e le narrazioni (enunciati narrativi di diverse discipline significanti). La condizione postmoderna ha fortemente accelerato questo processo tipico della modernità.
Da questo conflitto derivano tre ipotesi per il progetto di architettura:
A - O l’architettura si finge molto tecnologica per essere legittimata, vedi il successo di consenso dell’High-Tech, perché esprime il mondo della moderna tecnica, delle certezze, negando ogni inquietudine.
B - Oppure continuamente arretra nel funzionalismo banale, nelle normative, nelle soluzioni distributive, uscendo dai giochi linguistici e narrativi, rinunciando ad ogni rappresentatività rispetto al passato e al futuro. (la quantità del costruito edilizio)
C - Oppure, altra ipotesi, accetta di stare nel gioco, dove solo l’immaginazione, a parità di competenze, come dice J.F. Lyotard, permette nuove mosse non ripetitive e vincenti, e cerca di ridare un senso alle forme, alle figure, magari ai limiti del caos e del paradosso. Non potendo reintrodurre valori e riferimenti perduti, ne deriva per lo più un linguaggio magari ironico ma amaro, sorridente ma inquieto, come in alcune opere di Robert Venturi, o di Bob Rauschenberg o di Aldo Rossi, con una forte disponibilità al pragmatismo e al bricolage.

Quando sostengo che in Italia, dagli anni '75 - '80 la volontà, la necessità di espressione e rappresentazione dei desideri collettivi si sposta su altre pratiche narrative significanti (cinema, sport, televisione, canzone, moda, video-giochi, spettacolo...) non intendo dire che l'architettura è sparita. Intendo dire che l'architettura come qualità del costruire la città, continua ad esistere fra tanta quantità costruita, ma in modo sporadico e casuale, diventando un fenomeno secondario e trascurabile.

Noi dobbiamo colmare un gap enorme, dobbiamo tornare a raccontare, dare forza al carattere narrativo dell'architettura, raccontare storie, anche piccole, ma che tengano sveglia la gente, che la interessino di nuovo, dobbiamo fare come stanno facendo alcuni giovani registi del nuovo cinema italiano, che cercano di recuperare un consenso con piccole storie, dove torna ad occupare un posto l'immaginazione, storie di ordinaria normalità, come "Lamerica", "L’ultimo bacio", "Il cuore altrove ", " Notturno bus", "Tutta la vita davanti", "Diverso da chi?", ecc.

L'architettura italiana non declina dunque per mancanza di architetti dotati, ma ciò che viene via via a mancare nel nostro Paese è una cultura adeguata a far vivere l'architettura. Questa è sempre di meno considerata necessaria. Mentre la qualità non è più cercata, viene a mancare sempre più l'humus in cui la qualità della città come opera d'arte collettiva può sopravvivere e rimanere oggetto del progetto di vita di una comunità.

In questa difficile condizione dobbiamo non rinunciare a suggerire sogni, segni, e raccontare come le favole, le narrazioni poetiche possano coesistere con la realtà e le scienze; altrimenti l'architettura rimane nella sua miseria unidimensionale utilitaristica. Dobbiamo riproporre il progetto come pensiero critico poetico. Come hanno fatto i nostri maestri degli anni '50, '60 e '70.